MARIO RUSSO... IL RICORDO DEL CRONISTA

Autore Domenico Dicarlo | mer, 21 giu 2017 | 1574 viste | Mario-Russo

Il nostro ricordo personale su Mario Russo, scomparso oggi a 69 anni

Lo immaginiamo, quel sorrisino, anzi, più che un sorrisino, un ghigno ironico, prima di andarsene e salutare tutti per sempre. Magari avrà pure regalato l’ultimo dei suoi tanti occhiolini, uno di quelli con cui ti spiegava tutto senza parlare. Era così Mario Russo. Un tipo disincantato, uno che aveva preferito lasciare la panchina perché “quello che vidi nello spogliatoio di Cosenza mi fece talmente schifo che lì capii che non potevo più fare l’allenatore”. Ma il calcio lo amava ancora, eccome se lo amava. L’ultimo anno della sua vita ( e della sua carriera), lo ha trascorso davanti ad un computer, a guardarsi centinaia di partite di Lega Pro per studiare sempre, squadre, calciatori, allenatori.  Lui che con la tecnologia aveva un rapporto pessimo (eufemismo….). Se n’è andato così, dopo aver rassicurato tutti che quella vena che un paio di giorni fa  lo aveva costretto al ricovero, altro non era che un semplice intoppo. Aveva già dato appuntamento ai suoi amici monopolitani: “appena esco dall’ospedale, tutti a cena”.  Non viveva nel passato, Mario Russo. Non lo faceva pesare. Però, quando parlava di calcio, non disdegnava mai di metterci dentro le sgroppate di “Luciano”, le geometrie di Giusto, le acrobazie di Lanci, la cattiveria agonistica di Orsi e Puce. Altro, calcio, quello che si riusciva a guardare dall’esterno della tribuna laterale ( ed il gol di Brancale si vide benissimo anche da lì…), accontendandosi di entrare negli ultimi dieci minuti pur di assaporare l’odore della sansa e di sentire il rumore dei tubi innocenti della curva messa su un pò così…).  Non viveva nel passato perché non amava rammentare le partite giocate in serie A, le amicizie che contano, le panchine ed i campionati vinti.  Oggi le sue priorità erano altre: “che ho fatto stamattina? Ho portato al parco i miei nipoti”, usava dire spesso, anche quando il lunedì ti chiamava puntualmente per sapere a che ora andasse in onda la replica della partita del Monopoli, ma in realtà era una scusa per scambiare due chiacchiere sulla partita. “Domenico, fammi un favore, tu devi spingere affinchè la gente capisca l’importanza della Lega Pro- diceva sempre- questo è un bene troppo importante per noi”. Già… “Noi”… Parlava sempre alla prima persona plurale quando parlava di Monopoli. Lui, leccese, che la settimana prima di Lecce-Monopoli diceva: “sono costretto a non uscire per una settimana. I miei amici del bar sanno per chi tifo…”. Conoscendolo un po’, non vorrebbe essere salutato con frasi del tipo “sono sempre i migliori che se ne vanno” o altri luoghi comuni. Lui, sicuramente,  è andato via così: occhiolino, piccolo movimento della testa verso l’alto, e poi una volta, giratosi, alzando la mano sinistra dando le spalle. Con il suo solito sorrisino disincantato. Buon viaggio, mister. Ad maiora. 

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